
In sintesi: Un funnel di vendita è la sequenza delle fasi che una persona attraversa dal primo contatto con la tua azienda all’acquisto, con i numeri di quante ne passano da una fase alla successiva. Si chiama imbuto perché a ogni passaggio ne resta meno. Una PMI un funnel ce l’ha già: il lavoro è riconoscerlo, misurarlo e sistemare dove perde.
Il video dura quaranta minuti e chiude con uno schema colorato: traffico freddo in cima, webinar al centro, dodici email, upsell, offerta a scadenza. Poi torni in ufficio, dove vendi impianti di aspirazione, e provi ad applicarlo.
Non attacca. Non perché sia sbagliato: nasce per vendere un prodotto da 297 euro a chi decide in due giorni. Tu vendi una fornitura da 30.000 euro a un cliente che ci mette quattro mesi e coinvolge tre colleghi.
La notizia buona è che un funnel di vendita ce l’hai già. Passaparola, telefonata, sopralluogo, il preventivo che parte e non torna: quello è il tuo imbuto. Nessuno lo ha disegnato, quindi nessuno sa dove perde.
Vediamo quali fasi contano, come ricostruire il tuo funnel dagli ultimi venti clienti e dove perde.
Perché si chiama imbuto, e quali fasi ti servono davvero
Un funnel di vendita conta, fase per fase, quante persone percorrono la strada dallo scoprirti al firmare. La forma ha una ragione aritmetica: a ogni passaggio ne resta meno.
Una distinzione risolve metà della confusione. Il customer journey è la vista del cliente: cosa cerca, cosa prova, quali dubbi ha. Sulle stesse fasi il funnel è la vista dell’azienda, ridotta a numeri e responsabilità, e il percorso lo mappiamo nell’articolo sul customer journey.
- Attenzione: ti scopre. Una ricerca su Google, un’insegna, il nome fatto da un collega.
- Interesse: torna. Legge una pagina, guarda i lavori fatti.
- Valutazione: ti confronta con due o tre alternative, senza dirtelo.
- Contatto: alza la mano con un modulo o una telefonata. In gergo diventa un lead, cioè un contatto interessato.
- Trattativa: preventivo, sopralluogo, obiezioni, seconda offerta.
- Vendita: firma o ordine.
- Dopo: assistenza, riacquisto, referenze.
Cosa significa in pratica: nessuno percorre queste fasi in fila indiana. Google chiama messy middle lo spazio disordinato fra stimolo e acquisto, dove le persone alternano esplorazione e valutazione. Il funnel dice quanti stanno in ogni fase.
Il funnel dei corsi online è fatto per vendere corsi online
Quello schema nasce per l’infoprodotto e non si trapianta su chi vende impianti, consulenza o servizi locali. Le condizioni cambiano su tre fronti.
Il primo è il rischio. Un corso andato male è una serata persa. Un impianto da 30.000 euro andato male è un problema da spiegare in riunione, e cambia il comportamento a monte.
Il secondo è la durata. Nel B2B, cioè nelle vendite fra aziende, il percorso dura settimane e passa da canali che non controlli. La ricerca B2B Pulse di McKinsey su quasi 4.000 decisori in 13 paesi rileva che i compratori usano in media dieci canali, divisi quasi in parti uguali fra persona, remoto e digitale.
Il terzo è chi decide. In azienda l’acquisto lo approvano più persone, che arrivano già informate: un’indagine Gartner su 646 acquirenti B2B ha trovato che il 67 per cento preferirebbe comprare senza parlare con un venditore.
Cosa significa in pratica: di quello schema tieni tre cose. Dare qualcosa di utile prima di chiedere, seguire i contatti nel tempo, chiedere un’azione alla volta. Il resto lascialo dove lo hai trovato.
Un funnel ce l’hai già: ricostruiscilo dagli ultimi venti clienti
Il modo più rapido per disegnare il tuo funnel parte dalle fatture. Prendi gli ultimi venti clienti e rispondi a quattro domande.
- Come ti ha conosciuto: passaparola, Google, fiera, pubblicità.
- Quanto tempo è passato: dal primo contatto alla firma.
- Quante volte avete parlato: e chi ha risposto.
- Cosa ha deciso: prezzo, tempi, una referenza, la sensazione che avessi capito il problema.
Venti righe bastano a far comparire uno schema. Emergono due o tre percorsi ricorrenti, e uno porta più fatturato con meno fatica. Salta fuori anche la parte scomoda: le richieste mai diventate preventivi.
In Italia l’ostacolo è che quelle informazioni non stanno da nessuna parte. Secondo l’indagine Istat Imprese e ICT del 2025, usa un software per gestire le informazioni sui clienti il 21,1 per cento delle imprese fra 10 e 49 addetti, contro il 56,5 per cento delle grandi.
Un CRM, il software che tiene la storia dei rapporti con i clienti, aiuta ma non è il punto di partenza. Per i primi tre mesi basta un foglio con cinque colonne: data, fonte, fase, ultima azione, esito.
Senza quattro numeri quello che hai è uno schema
Un disegno con delle frecce non è un funnel. Lo diventa quando a ogni fase attacchi quattro numeri, a cadenza fissa.
- Quanti entrano: il volume della fase in un mese.
- Quanti passano: la quota che arriva alla fase dopo. È il tasso di passaggio, e fa lavorare gli altri.
- Quanto tempo passa: i giorni medi di permanenza. Un contatto fermo da sessanta giorni è già perso.
- Quanto costa: la spesa per portarci una persona, fra pubblicità, ore e strumenti.
Le fasi alte le leggi con gli strumenti di analisi, e la nostra guida a Google Analytics 4 spiega come impostare i traguardi di conversione. Preventivo e trattativa invece nessuno te li racconta: il dato lo produce chi risponde al telefono.
Cosa significa in pratica: quattro numeri per sei fasi fanno ventiquattro caselle, e su ventiquattro caselle non decide nessuno. Scegline sei, con una revisione mensile in cui qualcuno risponde della cifra. Quali indicatori tenere è il tema dei KPI marketing.

L’anello che perde vale più del traffico che non hai
Quando il fatturato non basta, l’istinto chiede più visite. Conviene l’opposto: trova il passaggio con il tasso peggiore e sistema quello, perché un miglioramento a metà imbuto si moltiplica sulle fasi sotto.
Un esempio inventato. Una PMI che vende un servizio da 4.000 euro medi chiude il mese così:
- 1.000 visite al sito.
- 50 richieste di contatto, il 5 per cento delle visite.
- 20 preventivi inviati, il 40 per cento delle richieste.
- 6 contratti, il 30 per cento dei preventivi, per 24.000 euro.
Prima strada: raddoppiare le visite a 2.000. Con gli altri tassi fermi arrivi a 12 contratti e 48.000 euro, ma raddoppi il budget, e sessanta richieste su cento restano senza preventivo.
Seconda strada: guardare quel 40 per cento. Trenta persone su cinquanta hanno chiesto qualcosa e non hanno ricevuto nulla, perché nessuno ha richiamato o perché il preventivo è arrivato dopo dieci giorni. Portarlo al 70 per cento significa 35 preventivi, circa 10 contratti e 40.000 euro. Il costo è una procedura e qualcuno che risponde entro ventiquattro ore. Non a caso una ricerca di Harvard Business Review sui contatti online concludeva già anni fa che gran parte delle aziende risponde tardi.
Le due strade costano in modo diverso. Pagare traffico su un funnel che perde nel mezzo resta il modo più rapido di bruciare budget: moltiplichi la spesa senza toccare il punto che dissipa il valore. Prima di alzare le campagne fai un giro di ottimizzazione delle conversioni e verifica i conti con ROI e ROAS.
Cosa mettere in ogni fase, e cosa cambia tra B2B e B2C
A ogni fase corrisponde un contenuto: in alto rispondi a domande, in mezzo dimostri, in basso togli attriti.
- Attenzione e interesse: contenuti che rispondono alle domande digitate davvero, pagine di servizio ordinate, ricerca organica. Non vendi, ti fai trovare.
- Valutazione: casi reali con numeri, confronti onesti, fasce di prezzo, referenze di clienti simili. La fase più trascurata, e la più decisiva.
- Contatto: una landing page efficace con una sola richiesta, un modulo corto, un numero che qualcuno alza. Il flusso di richieste è il tema della lead generation.
- Trattativa: preventivo leggibile in due minuti, con voci chiare e una data di validità. Chi non compra subito lo riprendi nel tempo: si chiama lead nurturing.
Nessun pezzo regge da solo: tengono dentro una strategia di digital marketing che decide anche cosa non fare.
B2B o B2C, ciclo lungo o ciclo corto
La differenza vera non passa fra aziende e consumatori, passa fra ciclo lungo e ciclo corto. Nel ciclo corto, tipico dell’ecommerce, i volumi sono grandi e la decisione dura minuti: il punto che perde sta nel finale, e il Baymard Institute lo quantifica con un abbandono medio del carrello del 70,22 per cento su 50 studi. Lì l’anello da sistemare è il checkout.
Nel ciclo lungo i contatti sono pochi e valgono molto, i decisori sono più di uno, il tempo diventa critico. Gartner descrive il percorso B2B non come una scala ma come sei compiti che il compratore porta a termine in ordine sparso, dall’identificare il problema al costruire il consenso interno. Sul tuo funnel serve una cosa: materiali che il referente possa girare ai colleghi.
Dopo la firma il funnel non finisce, e i quattro errori più comuni
Un funnel che si chiude alla firma è monco: butta via la parte meno costosa del fatturato. Il cliente acquisito ti conosce e non costa pubblicità.
Tre passaggi valgono quanto una fase intera. L’assistenza dopo la consegna decide se ci sarà un secondo ordine. Il riacquisto va sollecitato a scadenze prevedibili, non quando il fatturato cala. Le referenze chiedile mentre il cliente è soddisfatto. Rendere il passaparola una procedura resta il modo più economico di alimentare la cima dell’imbuto.
- Copiare il funnel dell’infoprodotto: webinar e sequenze lunghe su chi decide in riunione producono iscritti, non clienti.
- Automatizzare prima di capire: un passaggio che perde, automatizzato, perde più in fretta.
- Venti passaggi e nessun responsabile: ogni fase vuole un nome accanto, o nessuno risponde dei contatti fermi.
- Non misurare niente: senza tassi di passaggio ogni discussione diventa un’opinione contro un’altra.
Se le richieste arrivano ma non si trasformano, il problema raramente sta in cima all’imbuto. In Holistika partiamo dagli ultimi venti clienti e da quattro numeri prima di proporre una campagna: la leva più redditizia è spesso una procedura di richiamo. Vuoi un parere? Scrivici.
FAQ
Che cos’è un funnel di vendita e come funziona?
Un funnel di vendita rappresenta le fasi che una persona attraversa da quando scopre la tua azienda a quando compra, con i numeri di quante stanno in ogni fase e quante passano alla successiva. Il nome viene dalla forma: a ogni passaggio ne resta meno, quindi lo schema si stringe. Funziona come strumento di gestione, non come ritratto del comportamento reale: dice dove si fermano le persone.
Quali sono le fasi di un funnel di vendita?
Le fasi utili a chi vende prodotti o servizi sono sei: attenzione, quando qualcuno scopre che esisti; interesse, quando torna e approfondisce; valutazione, quando ti confronta con le alternative; contatto, quando telefona o chiede un preventivo; trattativa, con offerta e obiezioni; vendita, con la firma. Poi il dopo: assistenza, riacquisto e referenze. I modelli con dodici passaggi non aggiungono precisione, aggiungono caselle che nessuno aggiorna.
Come si misura un funnel di vendita?
Con quattro numeri per fase: quante persone entrano in un mese, quante passano alla fase dopo, quanti giorni restano ferme, quanto costa portarne una dentro. Il tasso di passaggio conta più degli altri, perché indica dove l’imbuto perde. Le fasi alte le leggi con gli strumenti di analisi, le basse le registri a mano o in un CRM: nessun software vede un preventivo consegnato di persona.
Serve un funnel di vendita a una piccola azienda che vive di passaparola?
Serve, ma non nel senso di costruirne uno nuovo. Chi vive di passaparola ha già un funnel che funziona: qualcuno lo consiglia, il cliente chiama, riceve un preventivo, decide. Il lavoro utile è metterlo per iscritto e misurarlo, per scoprire quante segnalazioni arrivano ogni mese e quante si perdono per un richiamo mancato. Costruire un imbuto pubblicitario mentre quello esistente perde contatti è l’ordine sbagliato.