
In sintesi: La SEO on page è l’insieme delle ottimizzazioni che fai dentro una singola pagina: intento di ricerca, title, meta description, gerarchia degli heading, corpo del testo, immagini, link interni e URL. Si lavora in quest’ordine, partendo da cosa cerca chi digita la query. La densità di keyword non è più un criterio utile: contano chiarezza e coerenza con l’intento.
Hai una pagina aperta nel browser. Sta a pagina due da mesi e davanti hai consigli che si contraddicono: c’è chi dice di ripetere la keyword otto volte e chi dice che le keyword non contano più. Intanto la pagina resta ferma.
Il paradosso è che la parte difficile non è tecnica. Le operazioni sono poche e sempre le stesse, eppure quasi tutti ne saltano una parte. Il Web Almanac 2025 di HTTP Archive rileva che solo il 67,2 per cento delle pagine mobile ha una meta description e che, al valore mediano, appena il 60 per cento delle immagini ha l’alt compilato.
Qui seguiamo l’ordine reale di lavoro: intento, title, meta description, heading, testo, immagini, link interni, URL e verifica. In fondo trovi la checklist.
Si parte dall’intento di ricerca, non dalla keyword
Prima di scrivere devi capire che risposta si aspetta chi digita quella query. Una pagina perfetta sul piano tecnico ma sbagliata sull’intento non si posiziona, e nessun title la salva.
Il modo per capirlo è gratis: cerca la keyword su Google e guarda le prime dieci posizioni. Se trovi solo guide lunghe, l’intento è informativo e una scheda prodotto non entrerà. Se trovi pagine di categoria, è commerciale e un articolo di blog fatica.
Google lo conferma nella guida introduttiva ufficiale alla SEO: pensa alle parole che una persona userebbe per trovarti, ma sappi che i suoi sistemi capiscono la relazione tra pagina e query anche senza i termini esatti.
Cosa significa in pratica: annota il formato che si ripete nei primi cinque risultati e verifica se la tua pagina appartiene a quella famiglia. Se non ci appartiene, il problema non è on page. Il quadro generale è nella guida su come fare SEO.
Il title è la riga che decide se ti cliccano
Il tag title è l’elemento on page con il peso maggiore: dice a Google di cosa parla la pagina e convince a cliccare tra altri nove.
Sulla lunghezza c’è un equivoco. Nella documentazione ufficiale sui title link Google non indica nessun limite di caratteri: il titolo mostrato in SERP viene troncato per adattarsi alla larghezza del dispositivo. Il vincolo è in pixel. Il riferimento pratico degli strumenti SEO è di circa 580 pixel, grosso modo 55 o 60 caratteri: una “i” occupa meno spazio di una “M”.
Google inoltre non è obbligato a usare il tuo title: lo genera anche dal titolo visibile, dall’H1, dall’attributo og:title e dai link in entrata. Un titolo vago invita alla riscrittura.
- Keyword in apertura: metti il termine principale nei primi 30 caratteri, quelli che l’occhio legge per primi in SERP.
- Un elemento distintivo: dopo la keyword aggiungi quello che gli altri non dicono. Un numero, un formato (“passo per passo”), un vincolo.
- Uno diverso per ogni pagina: i title duplicati sono l’errore più diffuso. Due pagine con lo stesso titolo si cannibalizzano e dicono a Google che una è superflua.
- Niente ripetizioni: Google scrive che non c’è ragione di far comparire le stesse parole più volte. Schemi tipo “SEO on page, seo onpage” sembrano spam.
Cosa significa in pratica: esporta l’elenco dei title, ordinalo alfabeticamente e cerca i doppioni. Mezz’ora che rende più di una riscrittura.
La meta description non ti posiziona, ma sposta il CTR
La meta description non è un fattore di ranking. È però il testo che spesso compare sotto il titolo in SERP, quindi incide sul CTR, cioè sul click-through rate: la quota di chi vede il risultato e clicca.
La documentazione di Google sugli snippet chiarisce un punto: non esiste un limite di lunghezza, ma lo snippet viene troncato per stare nella larghezza del dispositivo. I 150 o 160 caratteri sono una convenzione, non una regola. Google precisa anche che gli snippet nascono soprattutto dal contenuto della pagina e usa la description quando descrive la pagina meglio.
Le indicazioni ufficiali sono tre: una diversa per ogni pagina, informazioni pertinenti, niente sequenze di parole chiave. La quarta è mia: dai del tu e prometti un beneficio concreto. “Scopri i nostri servizi” non ha mai fatto cliccare nessuno.
Heading: un solo H1 e una gerarchia che si legge come un indice
Gli heading rendono la pagina scansionabile, per le persone e per i sistemi che ne estraggono porzioni. La regola è una: un H1 che dice di cosa parla la pagina, H2 per i blocchi, H3 per i sotto-passaggi.
Google qui è meno rigido di quanto si creda: per la ricerca non è un problema se gli heading non sono in ordine, e non esiste un numero ideale di titoli. L’ordine conta però per gli screen reader.
Gli H1 multipli restano da correggere, più per chiarezza che per ranking: quando una pagina ne ha tre, di solito è il tema del sito che marca come H1 anche il logo. Sul contenuto vale un principio: un H2 è una domanda o un’affermazione, non un’etichetta. “Quanto costa un sito web” batte “Costi”, perché somiglia a quello che le persone digitano.
Il corpo del testo: entità e termini correlati al posto della densità
La densità di keyword è un criterio superato. Non esiste una percentuale giusta e inseguirla produce testi che nessuno legge. La keyword va dove sta naturalmente, i termini correlati senza paura.
I primi 100 caratteri contano più del resto: lì chi arriva decide se restare e lì i sistemi capiscono l’argomento. Apri con la risposta diretta alla domanda del titolo, in due o tre righe autosufficienti. Niente premesse.
Al posto della densità lavora sulle entità, cioè sui nomi propri riconoscibili: Google Search Console, Screaming Frog, Semrush, WebP, JSON-LD. E sui termini correlati: se scrivi di SEO on page e non nomini mai title, snippet, heading, anchor text e alt, copri il tema a metà.
Cosa significa in pratica: il rovescio è il keyword stuffing, che Google definisce come riempire una pagina di parole chiave per manipolare il posizionamento. E la lunghezza del contenuto da sola non incide sul ranking: 3.000 parole gonfiate non battono 900 parole che rispondono.

Immagini, link interni e URL: i tre passaggi che quasi tutti saltano
Sono le voci che restano fuori quando il tempo finisce, e distinguono una pagina curata da una fatta di fretta.
Immagini: formato, peso, nome file, alt
Le immagini sono il primo posto dove si perde velocità: il Web Almanac 2025 misura che su mobile pesano al valore mediano 911 KB per home page, il 37 per cento del totale.
- Formato: Google Search supporta BMP, GIF, JPEG, PNG, WebP, SVG e AVIF. Per le foto usa WebP, che pesa dal 25 al 35 per cento in meno rispetto a JPEG.
- Peso: sotto i 200 KB per un’immagine di articolo. Il file da 3 MB caricato a piena risoluzione dallo smartphone resta l’errore più comune.
- Nome file: descrittivo e breve. Google porta come esempio my-new-black-kitten.jpg contro IMG00023.JPG. Trattini tra le parole, niente accenti né spazi.
- Alt text: descrivi l’immagine a chi non può vederla. La guida di Google sulle immagini avverte di non riempire l’attributo alt di parole chiave: è keyword stuffing e può far sembrare il sito spam.
Il peso dei file è anche una questione di prestazioni: caricamento e Core Web Vitals li trattiamo nella guida sulla SEO tecnica.
Link interni: l’anchor text dice cosa c’è dall’altra parte
Ogni pagina dovrebbe ricevere link da altre pagine del sito e linkare quelle collegate per argomento: aiuta chi legge a proseguire e distribuisce autorevolezza. Il punto delicato è l’anchor text. Google spiega che dice a persone e motori qualcosa sulla pagina linkata: chi legge deve capire dove sta andando prima di cliccare. Fuori quindi “clicca qui” e la keyword esatta ripetuta ovunque.
URL: corto, leggibile, con i trattini
Nella documentazione sulla struttura degli URL Google chiede tre cose: parole leggibili invece di numeri identificativi, trattini e non trattini bassi, parole nella lingua del tuo pubblico. Se però la pagina è online e riceve visite, non cambiare l’URL solo per renderlo più bello: ogni modifica richiede un redirect 301, cioè un reindirizzamento permanente, e può rompersi.
Come verifichi il lavoro prima di pubblicare
La verifica finale è dove si trovano gli errori che vanificano il resto. Sono sempre cinque: title duplicati generati dal template, H1 multipli, keyword stuffing, immagini da 3 MB e alt text riempiti di parole chiave, il peggiore perché danneggia accessibilità e posizionamento.
- Intento: il formato della pagina corrisponde a quello dei primi risultati.
- Title: unico nel sito, keyword nei primi 30 caratteri, un elemento distintivo, entro i 580 pixel.
- Meta description: unica, in seconda persona, con beneficio concreto e keyword.
- Heading: un solo H1, H2 come domande o affermazioni, H3 annidati sotto un H2.
- Testo: risposta diretta nei primi 100 caratteri, keyword naturale, entità e termini correlati, nessuna ripetizione forzata.
- Immagini: WebP, sotto i 200 KB, nome file descrittivo, alt che descrive.
- Link e URL: due link interni in uscita, uno in entrata, URL corto in italiano.
- Controllo finale: pagina indicizzabile, controllata con lo strumento Controllo URL di Search Console.
Poi dai tempo alla pagina. Le variazioni si leggono in Search Console dopo qualche settimana su impressioni, posizione media e clic: se salgono le impressioni ma non i clic, rivedi il title.
Su un sito di poche pagine questo lavoro lo fai da solo. Quando le pagine diventano centinaia serve un criterio di priorità: ottimizzare tutto allo stesso modo è il modo più veloce per non ottimizzare niente. In Holistika partiamo dalle pagine che possono portare richieste, non da quelle che fanno volume, come nella nostra SEO per aziende. Se vuoi capire da dove partire, scrivici.
FAQ
Che cos’è la SEO on page?
La SEO on page è l’insieme delle ottimizzazioni che si fanno dentro una singola pagina per renderla comprensibile ai motori di ricerca e utile a chi la legge. Comprende l’intento di ricerca da soddisfare, il title, la meta description, la gerarchia degli heading, il testo, le immagini con nome file e alt text, i link interni e l’URL. Si distingue dalla SEO tecnica, che riguarda il sito intero, e dalla SEO off page, i link da altri siti.
Quante volte devo ripetere la keyword in una pagina?
Non esiste un numero corretto e la densità di keyword non è un criterio valido da anni. Google dichiara che la lunghezza del contenuto da sola non incide sul posizionamento e considera spam ripetere le stesse parole fino a suonare innaturale. La regola è usare la keyword dove sta naturalmente, cioè nel title, nel primo paragrafo e in un heading, e coprire il tema con i termini correlati. Se una ripetizione suona forzata, va tolta.
Quanto deve essere lungo il tag title?
Google non indica un limite di caratteri: spiega che il titolo mostrato nei risultati viene troncato per adattarsi alla larghezza del dispositivo. Il vincolo reale è in pixel e non in caratteri, perché lettere diverse occupano spazio diverso: una “i” pesa meno di una “M”. Il riferimento pratico degli strumenti SEO è di circa 580 pixel, grosso modo 55 o 60 caratteri. Più della lunghezza conta però che ogni title sia diverso dagli altri.
Come ottimizzo le immagini di una pagina?
Parti dal peso: ridimensiona il file alla dimensione con cui verrà mostrato e salvalo in WebP, che secondo Google pesa dal 25 al 35 per cento in meno rispetto a JPEG. Resta sotto i 200 KB per le immagini di articolo. Poi dai al file un nome descrittivo con le parole separate da trattini, evitando nomi tipo IMG00023. Infine scrivi un alt text che descrive l’immagine a chi non può vederla, senza riempirlo di parole chiave.